Girotondo sul carro del perdente/5

Cominciamo da quello che Veltroni non deve fare. Non deve spostarsi a sinistra, come molte sirene gli stanno cantando. Certo che bisogna puntare a rappresentare anche la sinistra radicale: ma questo significa cercare credibili risposte riformiste al malessere dei ceti popolari. Non deve fare il gruppo unico con l’Italia dei valori: va bene l’alleanza elettorale, ma l’identità politica è diversa ed è bene che resti tale. di Claudia Mancina
18 APR 08
Ultimo aggiornamento: 04:17 | 4 AGO 20
Immagine di Girotondo sul carro del perdente/5
Cominciamo da quello che Veltroni non deve fare. Non deve spostarsi a sinistra, come molte sirene gli stanno cantando. Certo che bisogna puntare a rappresentare anche la sinistra radicale: ma questo significa cercare credibili risposte riformiste al malessere dei ceti popolari. Non deve fare il gruppo unico con l’Italia dei valori: va bene l’alleanza elettorale, ma l’identità politica è diversa ed è bene che resti tale. Non deve cercare un’alleanza di tipo proporzionalistico con l’Udc: vanno bene accordi singoli, anche una regolare consultazione, ma illudersi che il problema dello sfondamento al centro si risolva con un’alleanza tra partiti è sbagliato. Il Pd deve finalmente misurarsi con l’incapacità di andare oltre il bacino elettorale della sinistra. E qui veniamo a quello che Veltroni deve fare. Anzitutto deve stare tranquillo, non farsi prendere dalla nevrosi della sconfitta o dalla paura della resa dei conti. Certo, i dirigenti del Pd non sono teneri, ma oggi hanno le unghie spuntate. Non c’erano e non ci sono alternative alla linea seguita dal partito sotto la sua direzione. La sconfitta del Pd non è la sconfitta di Veltroni. La sua decisione di disfarsi dell’Unione e di tutto l’armamentario ulivista connesso ha suscitato un terremoto nel sistema politico. Oggi se ne avvantaggia Berlusconi, ma in questo nuovo sistema politico le opportunità del Pd sono enormemente superiori. Basta mettere a confronto il momento attuale con il 2001. Allora la sconfitta lasciava il centrosinistra in una palude. Senza identità, senza prospettiva, che non fosse quella morettiana della rivolta contro il berlusconismo. Per una fase non breve i Ds furono a rimorchio della sinistra massimalista e dei girotondi radical chic. Oggi il Pd è una grande forza, che, seppure sconfitta, conferma la sua vocazione maggioritaria (che non significa automaticamente vincere, ma essere in grado di competere per la vittoria), con una identità riformista chiara e netta. Una forza che deve allargare il suo consenso, confermando questa identità, ma dandosi contenuti e forme adatti all’obiettivo di vincere. Per far questo ci vuole tempo, ci vuole il tempo di riflettere, elaborare, scegliere. Diciamo la verità, se il Pd avesse vinto sarebbe stato un puro miracolo. E non solo per la pesante eredità dei venti mesi di governo. Anche per l’eredità delle scelte politiche fatte negli anni dall’Ulivo. La scelta di non dare vita a un soggetto politico riformista (se non proprio all’ultimo momento) ma di trascinare le sigle partitiche con i loro evidenti limiti, la competizione per la leadership, e quindi l’alleanza larga con forze disomogenee, marginali e perciò instabili e destabilizzanti. Proviamo a pensare che cosa sarebbe avvenuto se ci fosse stato il Pd, con leader Veltroni, nel 2006. Sarebbe stata una vittoria vera e non uno stentato pareggio. Questa eredità, la storia dei tanti tentativi abortiti di partito unico, degli stop and go, dei vari coordinamenti, gruppi ecc., tutti falliti, non poteva non pesare sul risultato di oggi. Senza il Pd, non ci sarebbe stata gara, e il centrosinistra sarebbe ancora una volta nella palude.

Sfondare al centro e sfondare al Nord
Dunque, fiducia nel futuro e voglia di costruire, questo ci si deve aspettare da Veltroni e dal Pd. C’è da costruire il partito, che non può essere un partito liquido né un partito personale, ma deve avere strutture non burocratiche, federali, radicate, capaci di produrre gruppi dirigenti nuovi ed efficaci. E c’è da costruire una nuova cultura politica, proseguendo sulla linea del programma ma allargando e rafforzando gli elementi innovativi. Sfondare al centro e sfondare al Nord sono gli obiettivi. Non sono facili, e richiedono uno sforzo di elaborazione. Per essere il leader di questa operazione, Veltroni deve andare oltre se stesso, oltre ciò che è stato finora. Deve essere meno Obama e più Tony Blair: un leader che s’impegna a costruire un partito nuovo con idee nuove, utilizzando intellettuali e tecnici, promuovendo dirigenti veri, trovando l’umiltà di ascoltare.
Claudia Mancina